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giovedì 31 ottobre 2019

La parte peggiore





«La parte peggiore fu la sua risposta all’unica domanda che riuscii a fargli: perché?»

Le parole dell’assassino erano ancora un ringhio basso nella mente di Massimo.

Perché non c’è sensazione più appagante, potente e totalizzante, di sentire la vita della tua donna spegnersi tra le braccia. In quel momento, lei è davvero tua. È il vero possesso, il potere più grande.

Ilaria Tuti, - - - Ninfa dormiente


martedì 29 ottobre 2019

Bisogno di controllo





Pensò ad Andrian e alla misteriosa ragazza del ritratto.
Uccidere una donna che si dice di amare.

Era una contraddizione in termini, quella di cancellare dalla propria vita chi la illumina, eppure accadeva ogni giorno. L’amore che si fa dramma veniva celebrato troppo spesso. A morire erano sempre le donne.
Non è amore. È possesso. Bisogno di controllo.

Donne usate, abusate, lasciate sole e condannate. Donne che non avevano riconosciuto il male, perché si trovava proprio accanto a loro. Difficile metterlo a fuoco e smascherarlo, quando possiede il volto di chi dovrebbe avere cura di te.

Ilaria Tuti, - - - Ninfa dormiente,


domenica 2 dicembre 2018

se il tuo successore a letto è più bravo

Buenas noches

sapere che il tuo successore, a letto, è meglio di te è un pensiero assolutamente intollerabile, e non so come mai.


 
Nick Hornby,
Alta fedeltà,

domenica 17 aprile 2016

si appartiene a chi ci manca

Buenas noches

Non si appartiene a ciò che si ha.
Ma a ciò di cui si sente la mancanza.
 
Efraim Medina Reyes


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sabato 12 dicembre 2015

amare senza dominare l'altro



 
Ogni volta che due persone si incontrano e stabiliscono una relazione si tratta di vedere chi domina l'altro. La gente non ha imparato ad amare. Il prerequisito per potere amare senza dominare l'altro è che il tuo corpo impari, dal momento in cui abbandona il ventre della madre, che può morire. Il punto è che credo di potere esprimere meglio quello che sento quando uso un personaggio femminile come centro.

Rainer Werner Fassbinder blog non solo proustlink esterno
 

 


sabato 31 ottobre 2015

’espressione di una donna mentre la stai penetrando




Finché all’improvviso una schiena retrocedette, o fu spinta, verso una delle finestre, entrando cosí nel mio campo visivo. ...

Tenni lo sguardo fisso su quel punto, su quel rettangolo e non ci volle molto perché la schiena ricomparisse, e in effetti era come se la persona cui apparteneva fosse stata gettata contro i vetri con una certa violenza. Se era cosí, quello che non riuscivo a vedere era la persona che la costringeva a retrocedere, spingendola all’indietro. Mi allarmai, temetti che qualcuno la stesse maltrattando.....

mi resi conto che non riuscivo a staccare gli occhi per un secondo da quella finestra, dalla schiena di Beatriz che sbatteva piú forte contro i vetri, vi aderiva al massimo e poi se ne staccava leggermente, adesso non sfuggiva piú al mio campo visivo, come se non le lasciassero scampo e non le permettessero di fare un passo. «Forse la stanno picchiando, – pensai, – o spintonando, e a ogni spinta la schiacciano contro il davanzale, la mettono nell’angolo, alle corde come un pugile». Stavo per gridare e farmi scoprire, ma non so se mi avrebbe sentito.....

Ero stato vittima della mia ingenuità, per perderla ci vogliono molti piú anni di quelli che avevo allora, ammesso che arriviamo mai a perderla del tutto, noi che siamo di indole fiduciosa. Dopo un attimo capii che cosa stava succedendo: qualcuno – un uomo – se la stava scopando o le si strofinava e premeva contro già pronto a penetrarla, in piedi, senza preliminari, vestita, forse senza toglierle un solo indumento, alla svelta o alla disperata, come si suol dire, di certo avevano pochissimo tempo prima che tornassero i custodi del tempio, approfittavano di un momento in cui sapevano che il luogo per qualche motivo era deserto. Vedevo la schiena di Beatriz dalla vita in su, o nemmeno quello, la parte superiore del torso e la nuca ottocentesca, quel giorno portava i capelli raccolti a chignon. L’energumeno che la abbrancava o la infilzava – un verbo che non mi piace, ma che può essere quello giusto – era piú lontano dalla finestra, ovviamente, e inoltre lei con la sua corporatura robusta lo nascondeva, era un po’ larga di spalle, meno che di fianchi, per fortuna. Lui era invisibile, un fantasma, non se ne scorgeva nulla, neppure un capello. Ma non ebbi piú alcun dubbio circa quello che succedeva quando Beatriz a un tratto si girò e si chinò in avanti, mi parve che le sue mani si appoggiassero al bordo inferiore della finestra o forse al davanzale, o vi si aggrappassero. Invece delle spalle e della nuca, le vidi il volto, ora solamente il volto e il collo, del corpo nulla, e mi presi un terribile spavento: cosí come io da sotto la vedevo, lei poteva vedere me da sopra.

Beatriz aveva gli occhi chiusi, ben stretti, non guardava fuori né altrove, era assorta in se stessa, pensai, nelle sue sensazioni. Immaginai che l’uomo, facendola girare, le avesse alzato la gonna – ora non piú ondeggiante, se non forse in un altro senso – e le avesse abbassato calze e mutandine fino a mezza coscia per penetrarla con un minimo di comodità, data la scomodità relativa della posizione eretta di entrambi, soprattutto di lui, perché lei doveva essersi piegata

Fui assalito da un senso di pudore, pur sapendomi abbastanza al riparo dietro il tronco, ne sporgevo appena, guardando con un occhio solo. Non era piú il timore di essere scoperto, ma il senso di colpa per quello spionaggio e per l’essermi trovato a vedere quello che stavo vedendo: la faccia di Beatriz durante quello che immaginavo fosse un orgasmo, o piú di uno, o che ne so, un preorgasmo, non sono mai stato molto bravo a distinguerli, le donne tendono alla concatenazione e non sono quasi mai nitide, e poi si dice che fingano benissimo, per di piú non vedevo altro che il volto isolato, incollato al vetro, come uno strano ritratto con gli occhi molto serrati, non credo ne esistano nella storia della pittura – quando viene dipinto o disegnato un dormiente o un morto le palpebre non fanno pressione, sono in riposo –, non potevo scorgere l’eventuale accelerazione dei movimenti né il probabile agitarsi e fremere delle membra, né ovviamente udire nulla, né un gemito né un ansito né una parola, ammesso che lei ne pronunciasse – non sembrava –, in quei frangenti ci sono persone che parlano e si incitano, o addirittura dicono oscenità poco credibili rischiando di riuscire ridicoli o fastidiosi, come se recitassero per il loro testimone unico o per se stessi, alcuni dicono frasi scherzose, ma ce ne sono che si concentrano e tacciono. E poi ci sono quelli che chiudono gli occhi ben stretti per aiutarsi a immaginare di essere con un’altra persona, diversa da quella che li abbraccia o li tiene fermi o li fruga, mi domandai se fosse cosí, se Beatriz fantasticasse in quegli istanti su Muriel lo schivo o se avesse ben chiara e presente l’identità dell’individuo con cui si stava accoppiando, nulla doveva esserci tra i loro sessi, a quei tempi non si prendevano precauzioni, l’Aids in Spagna non era ancora conosciuta, forse nemmeno nel mondo.

Sí, provai vergogna però guardai a lungo il volto dietro la finestra, in certi momenti quasi premuto contro il vetro – un alone di vapore –, a volte è difficile determinare da che cosa dipenda l’espressione di una donna mentre la stai penetrando, si presume che sia di piacere ma può sembrare di dolore (ti fermi e scruti e domandi: «Stai bene? Ti faccio male?»), o perfino di disperazione o profonda sofferenza o amarezza, a volte ho sospettato che una donna stesse con me in quella circostanza cosí intima solo per mitigare la sua tristezza, o per vendicarsi di un altro che non l’avrebbe mai saputo (pensando curiosamente «Se lo sapesse», invece che «Quando lo saprà», come se non vi fosse la minima possibilità di raccontarglielo), o per lenire la solitudine del suo letto afflitto, o perfino per svilirsi fino in fondo nell’immaginazione e sentirsi viscida e sozza e traditrice, momentaneamente, illusoriamente, dura pochissimo la sensazione del fango, svanisce in fretta, il giorno dopo non ne resta piú traccia e si è di nuovo puliti come prima, la pulizia è persistente, quasi tutto si può lavare. Talvolta ho sospettato di essere solo una macchina, una pedina, uno strumento. L’espressione di Beatriz poteva significare qualunque cosa e io non ero lí con lei, non potevo fermarmi e chiederle: «Stai bene? Ti faccio male?» Perché non ero io quello che glielo faceva, ammesso che gliene stesse facendo..........

Javier Marias *** Così ha inizio il male



giovedì 18 giugno 2015

perdona questo ladro




PERDONA QUESTO LADRO


Talvolta
la mia anima si avvicina
al tuo sonno
e lì
- quando nessuno la vede -
solleva appena
le palpebre
e ti guarda.
Non sopporta che tu vada
troppo lontano,
neppure addormentata.


KARMELO C. IRIBARREN

sabato 13 giugno 2015

Se tocchi il tuo sogno morirari....non toccare mai. Non avvicinarsi




La donna: una buona fonte di sogni. Non toccarla mai.
 
Impara ad affrancare le idee dalla voluttuosità e dal piacere.
Impara ad apprezzare in ogni cosa non ciò che quella cosa è, ma le idee e i sogni che cagiona. Perché nulla è ciò che è, e i sogni sono sempre sogni. Per questo hai bisogno di non toccare nulla. Se tocchi il tuo sogno morirai, l'oggetto toccato occuperà la tua sensazione.
 
Vedere e ascoltare sono le uniche cose nobili che la vita contiene. Gli altri sensi sono plebei e camali. L'unica aristocrazia è non toccare mai. Non avvicinarsi: ecco in cosa consiste essere nobiluomo.

Fernando Pessoa - Il libro delle inquietudini




domenica 10 maggio 2015

amore possesso





....Come se fosse normale abbattere le barriere tra l’«io» e il «tu» per diventare «una cosa sola» – quel mito romantico della fusione che ci affascinava tanto quando eravamo bambini e che, però, è sempre e solo una prigione soffocante. Non perché non ci siano momenti di fusione nell’amore. Quelli ci sono, e talvolta sono anche necessari. Ma perché, dopo la fusione, c’è poi anche (e sempre) il distacco. E quindi la libertà di esistere indipendentemente dall’altra persona.....

Gelosia e possesso, con l’amore, c’entrano poco o niente. Perché l’amore è fatto anche di distanza e di separazione. L’amore è fatto anche di rispetto dell’alterità. L’amore è fatto soprattutto di libertà. Ecco perché uno degli errori più grandi che si possano fare quando si ama, è proprio confondere l’amore con la volontà di controllo e di possesso. Quando si pensa che l’altro ci appartenga completamente. E allora lo si tratta come un oggetto che ci si illude di poter spostare a piacimento, trovandolo ogni volta nel posto esatto in cui lo si è lasciato.

Quel «tu sei mio o mia» che talvolta soffoca. Perché nessuno appartiene a nessuno. Meno che mai a chi dice di amarci. E che, se ci ama veramente, dovrebbe amarci per come siamo. Con tutto quello che sfugge e che non si potrà mai controllare. Quello scivolare via, come una saponetta bagnata tra le mani, che è tanto difficile da sopportare, ma che permette poi ad ognuno di noi di esistere indipendentemente dalla presenza altrui.

Michela Marzano su >> Vanity fair





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