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martedì 16 ottobre 2018

piegare lo sguardo a simbolo di penetrazione?





Mi ricordo la differenza tra come mi fittiava Franco e come, quella sera, mi hai fittiato tu.
Io?
Come l’avevo fittiata?
Perché ero meno buon ragazzo di Franco?
Possibile che quella frase non mi avesse colpito nemmeno un po’, tre anni prima?
Lessi, rilessi e mi prese una specie di disorientamento lessicale. Per quel che ne sapevo, fittiare significava guardare con insistenza una ragazza. Com’era la mia insistenza, nel 1962, com’era quella di Franco? Educata la sua, volgarotta la mia?
Andai a cercare nel vocabolario napoletano-italiano. Fittiare non lo trovai, trovai fittivo – affliggente, molesto – e fittiglie/fettiglie – noie, molestie, angosce –, tutte voci che rimandavano a figere, ma contaminato con fictilia, da fingere. Come al solito, pensai, nelle parole c’è piú di quanto ci pare di dire. Fittiare conteneva figere, ficcare e, insieme, fingere, plasmare. Significava, dunque, piegare lo sguardo a simbolo di penetrazione? Questo faceva il buon ragazzo Franco, questo facevo io, ragazzo di un paio d’anni piú grande e forse perciò meno buono?

Domenico Starnone
Autobiografia erotica di Aristide Gambia


lunedì 27 febbraio 2017

Vero è che si tratta di una situazione indipendente dalla nostra volontà

Domenico Starnone
Mariella

Gambia ascoltava, il treno correva. Aveva il cazzo contro la pancia di lei come un materiale compresso, tutto appallottolato, e glielo strisciava a destra e poi a sinistra o viceversa, secondo gli scarti del vagone. Pensava: è una donna d’esperienza, avrà deciso di far finta di niente. O mi sta segnalando che ha cambiato idea, non intende piú respingermi. Vero è che si tratta di una situazione indipendente dalla nostra volontà: seppure una frenata mi allontana da lei, tutta la carne viva che affolla il vagone alle sue spalle le cade addosso e cosí il suo ventre, volente o nolente, si ritrova a inseguirmi il cazzo. Ma lei non mostra disagio, continua a parlarmi guardandomi diritto negli occhi e a volte mi batte la mano sul petto, colpi lievi ma decisi.

Autobiografia erotica di Aristide Gambia
Domenico Starnone     

giovedì 23 febbraio 2017

Gli restò aggrappata addosso

Domenico Starnone
Mariella

Gli restò aggrappata addosso. Nel vagone s’era diffuso un odore di borotalco misto a quello dei biscotti Plasmon, un odore di cura materna, chissà qual era la fonte. Mariella tornò a raccontargli nell’orecchio di quel suo primo fidanzato, parole appena soffiate.
 
Bellissimo, disse. Per un po’ di mesi abbiamo fatto giochi e giochini in grande scomodità: mi prendeva una mano, me la accompagnava sul coso, ma di me si occupava poco o niente; il seno, che mi piaceva tanto mi accarezzasse, me lo stringeva un po’, ma distrattamente; anche me, che so, all’inizio ha avuto una smania esplorativa, ma poi in seguito mi metteva appena appena il dito, troppo forte tra l’altro, per lo piú nel posto sbagliato, e io sentivo zero, ma non osavo dirgli non lí, piú su, piú giú, e del resto lui ha lasciato perdere presto. Ero un accessorio utile al suo coso, la sola parte di sé che sentisse veramente. A me però non dispiaceva: venire naturalmente non sono mai venuta, ma il piacere c’era. Certe volte me lo metteva tra le cosce, a mezza strada tra le calze di nylon e le mutande. Si muoveva, pochi secondi, ed eiaculava respingendomi ma anche allontanandosi lui stesso e subito afferrandosi il cazzo con le mani a coppa, l’espressione intensamente sofferente. Poi lo rimetteva nei pantaloni, si puliva col fazzoletto, due parole e ci salutavamo.
 
A casa mi masturbavo pensando a lui, la prassi era quella. Pensavo: chissà che bello sarà quando mi entrerà dentro, e mi toccavo. Il meglio del rapporto a due per me si verificava quando finalmente stavo sola.

Autobiografia erotica di Aristide Gambia
Domenico Starnone     

mercoledì 22 febbraio 2017

Tese il braccio schiacciando ancor piú il seno contro il suo petto

Domenico Starnone
Mariella

Ma c’era poco da fare, gli scarti violenti del treno – improvvise piccole brusche deviazioni che parevano mirare alle pareti del tunnel come per sbriciolarci le carrozze contro – imponevano alle stoffe vive degli abiti uno strofinio che per Gambia era un piacere sofferto e imbarazzato. Mariella, meno male, sembrava divertita. Sospinti dal peso di chi premeva alle loro spalle, finivano l’uno addosso all’altra a turno. Ondeggiavano stretti, poi venivano bruscamente separati, quindi tornavano a urtarsi. Ari ormai non riusciva piú a impedire il movimento cocciuto con cui il cazzo voleva a tutti i costi sgrovigliarsi, sebbene prigioniero negli slip. Ottusa attivazione di un congegno. O, perché no, innamoramento. Che starà pensando questa donna. A ogni urto Mariella, anche se non poteva non essersi accorta del gonfiore maligno dei pantaloni, per ora non reagiva né come la sera prima né come poco fa quando le aveva detto ironico: perché non lo fai sul serio. Sorrideva, gli parlava nell’orecchio. Scusa, gli disse a un certo punto, e accennò prima dietro di sé, a coloro che le premevano alle spalle, poi al corrimano alle spalle di Ari. Tese il braccio schiacciando ancor piú il seno contro il suo petto, ma le fu difficile arrivarci. Lui le guardò comprensivo le dita che annaspavano. Poi sopravvenne un lacerante schizzar di lato del vagone, quasi un deragliamento, e Mariella gli si afferrò al cappotto con tutt’e due le mani. Scusa, ripeté. Prego, disse lui.

Autobiografia erotica di Aristide Gambia
Domenico Starnone     

lunedì 20 febbraio 2017

non voleva nemmeno sfiorarla

Domenico Starnone
Mariella

La ressa li teneva ora a pochi centimetri l’uno dall’altra. Gambia cominciò a resistere agli spintoni, non voleva nemmeno sfiorarla. Una volta soltanto le afferrò un braccio per via di una brusca frenata, ma glielo lasciò subito. Poi successe che un uomo grosso, cercando di muoversi verso l’uscita, schiacciò Mariella brutalmente contro Ari. Gambia sentí la massa dei seni di lei che gli urtava il petto. Lunghi secondi. Immaginò senza volerlo i capezzoli nelle coppe del reggiseno. Lei, come per tenerlo a bada o forse soltanto per un sostegno, gli poggiò la mano destra aperta sul petto, sul cappotto. Calore, il cazzo gli si smosse. Si allontanò da lei il piú possibile per timore che si accorgesse di quel sussulto nei calzoni. Il contatto non è intenzionale, cercò di comunicarle arretrando. Anche lei provò a riguadagnare spazio, ma quelli che avevano alle spalle fecero resistenza, li ricacciarono l’uno contro l’altra. Ari urtò la pancia di Mariella, vi aderí, le rivolse una smorfia imbarazzata per segnalarle che, pur provando a recuperare un po’ di distanza, non gli riusciva. Sfregamento. Voglia incontrollabile d’espandersi ed ergersi. Cos’era, cosa sentiva. Gambia non aveva mai provato a sezionare ciò che gli succedeva in quei casi, da ragazzino perché era troppo preso, da adulto perché ormai era come respirare. Cazzo e immaginazione. Una donna, sentirne il corpo, rappresentarselo. Il calore di lei agisce in modo che il tuo organismo si attivi, sia in alto che in basso. Vedi l’invisibile, immaginare è guardare da una finestra spalancata nella testa: il cappotto aperto; l’abito; sotto, un body blu notte che le fascia il culo, ma tra le cosce è un po’ sgambato, quel tanto che basta a mostrare ciuffi di peli morbidi, allungati verso l’inguine. La rappresentazione rende languidi, diffonde tepore, smuove la carne. Che sciocchezza separare i bassi istinti da quelli – ma sí – alti. Prendiamo me, sono un editore, ho una mia storia molto apprezzata, la vita alle spalle. Eppure guarda cosa mi è successo a partire dalla lettera di questa donna. Nella mente, e giú, dentro i calzoni. Mai visto niente di piú collaborativo, altro che opposizione tra alto e basso. Tirarsi via, dunque, anche con la testa, forse soprattutto. Devo distrarmi.

Autobiografia erotica di Aristide Gambia
Domenico Starnone     

sabato 18 febbraio 2017

Perché proprio con questa tizia di Ferrara, adesso?

Domenico Starnone
Mariella

A Mariella i toni acuti dettero fastidio, ogni tanto stringeva gli occhi, la pelle le si tagliava ai lati delle palpebre. Ari invece non sentiva né vedeva alcunché, il viso di lei mangiava ogni cosa. Aveva davanti agli occhi piú le dita dello zio di Mariella bambina o il suo fidanzatino al cinema, che il vagone, la rosticceria, il viaggio, gli studenti. Da parecchio non gli capitava un tale affiatamento con una donna. È bello, pensò, questo piacere leggero che è fatto di vicinanza fisica e parlar fitto. Si smaterializza ogni cosa. Le orecchie non sentono il fracasso del treno, non sai piú qual vicinanza fisica e parlar fitto. Si smaterializza ogni cosa. Le orecchie non sentono il fracasso del treno, non sai piú qual è l’ultima stazione e quale sarà la prossima, il vagone si affolla ma non avverti la ressa intorno, non avverti le chiacchiere, i litigi, la scortesia, gli insulti. Il treno si scioglie nel tunnel, il tunnel divora la roccia, la roccia si polverizza nella città, la città nel cielo. Ti muovi da Ottaviano ad Anagnina, vai a prendere un cappuccino tra pioggia e vento, sei di nuovo in metro da Anagnina a Ottaviano, ma in realtà è come se fossi fermo dentro una nuvola di parole, occhi accesi, sorrisi.
 
Perché proprio con questa tizia di Ferrara, adesso? Non è giovane, sa essere molto vicina e poi subito lontana, ti provoca e ti gela, ieri sera mi ha persino umiliato. Eppure mi piace questo miscuglio di cadenze dialettali, percepire nelle cose che dice ciò che forse nasconde. Sarà la memoria molto incerta di una scopata giovanile. Sarà lo scontento di questi anni. Che ora è. Non voglio guardare l’orologio, lei potrebbe offendersi. Di sicuro però si sta facendo tardi.

Autobiografia erotica di Aristide Gambia
Domenico Starnone     

domenica 5 febbraio 2017

giorno per giorno senza impegno

Domenico Starnone
Lina

Ora Gambia, a cinquantasette anni quasi cinquantotto, non si aspettava altri cambiamenti. Lavorava molto, era spesso in viaggio, ospitava nel suo letto Raffaella detta Lina (quella con cui aveva tradito Leonora), colta signora che gli voleva bene senza pretese da moltissimo tempo, non lo aveva mai respinto quando aveva avuto bisogno di conforto e da qualche mese, due anni esatti dopo la rottura con Leonora, si era stabilita da lui con discrezione.
[...]
Lina è davanti alla tv, lo accoglie con il solito distacco di donna che c’è ma non pretende nulla. È una persona veramente perbene. Dopo un po’ di chiacchiere a televisore spento dice che è stanca, se ne va a letto.
[...]
Lina dorme, ha un respiro regolare. Le si sdraia accanto, le solleva piano la camicia da notte, le sfiora senza desiderio, solo per un buonanotte affettuoso a quell’organismo quieto, le natiche, il buco del culo e, con garbo, parte della fica. Quanto ha sognato, a sedici anni, di avere una femmina nel letto tutte le sere. Poi è arrivata Nina, primo stupefatto impatto con il sesso, ma velato troppo in fretta con l’amore per sempre, il matrimonio, la prima figlia, Iole. Quindi c’è stata Stefania, formidabile trasformatrice delle godurie in obblighi di convivenza, diritti e doveri, le due gemelle, orari, conti cavillosi. E poi Leonora, che amavo e che mi amava, piacere sfrenato sotto la coperta pesante dell’indispensabilità, quanto ti voglio, non posso vivere senza di te.
 
E ora quest’amica tranquilla, Lina, con la quale non ha mai stipulato alcun patto di fedeltà: giorno per giorno senza impegno, un’ospite discreta che mi aiuta a svuotare i testicoli e mi vuole bene senza amarmi, affettuosa ma mai bagnata se non mi decido io a strofinarle la clitoride per una decina di minuti, donna di conversazione intelligente e colta, abile nell’intessere a pranzi e cene rapporti utili di lavoro, oh che pace, oh che sonni tranquilli. Intorno a questi quattro decenni, dall’adolescenza a oggi, ho saputo mettere sempre l’ovatta bianca degli affetti, con cui il piacere deterge dal sesso il disgusto, il ridicolo e la vergogna. Ho bisogno di sonno, adesso, sono stanco.

Autobiografia erotica di Aristide Gambia
Domenico Starnone     

sabato 4 febbraio 2017

il nostro volto noto solo alle persone che ci amano

Domenico Starnone
Mariella

Cosí, per l’imbarazzo, facesti un’espressione che fu la prima cosa di te che mi piacque.
– Quale.
Quale, quale. Mariella fece un gesto sfottente che significava: che ti posso dire. E aggiunse seria: sai quello spalancarsi della faccia che nessuna nostra foto ha mai fissato, quel rimodularsi dei lineamenti che allo specchio non abbiamo mai avuto modo di vedere, di cui non sappiamo nemmeno di essere capaci, e che invece è noto agli altri o, certe volte, solo alle persone che ci amano?
È il momento in cui il viso solito si rivela una maschera e ne affiora un altro piú vero. I piú non ci fanno caso, alcuni ne sono piacevolmente sorpresi, altri è come se si accorgessero di noi solo in quel momento. Noi crediamo di piacere per come ci immaginiamo di essere e invece le persone sono sedotte da qualcosa che ci è del tutto sconosciuto.
E ogni volta che quel qualcosa dilaga oltre la forma consueta, la seduzione si rinnova e si consolida.
Tu facesti un’espressione di questo tipo e adesso ti dico bene come andò. Pronunciando incinta, allungasti una mano davanti a te, mi volevi indicare le dimensioni della pancia di tua moglie. Però subito ti vergognasti del gesto per tutto quello che significava e proprio in quel momento perdesti i tratti che mi dispiacevano, i baffi, la struttura ossea grossa, e vidi quell’altro viso, un modo di stringere gli occhi, un’autoironia fragile incisa ai lati della bocca, un’intelligenza viva di te e degli altri. Risi, cominciasti subito a diventare coerente con la nuova faccia, nelle frasi, nelle tonalità, nel modo di gesticolare, nell’andatura, in tutto. Il viso che mi era dispiaciuto diventò incostante, appariva e spariva, c’era ma non ti riassumeva piú. Smettesti di essere una delusione, aderisti alla persona per cui, senza saperlo, mi ero accanitamente curata in ogni dettaglio. Mi sfrenai, e allentasti i freni anche tu, come se avessi sentito che cominciavi a piacermi e ciò stesse liberando dal fondo mio e tuo l’uomo che aspettavo.

Autobiografia erotica di Aristide Gambia
Domenico Starnone     
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