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mercoledì 16 ottobre 2019

Stanotte ti ho sognata - Altre cinque poesie per Chris - II

Julio Cortazar

La tazza delle tue mani contiene
la segreta libagione, lacrime
o il tuo sangue mestruale, la saliva.

Altre cinque poesie per Chris - II
 
I
 
Stanotte ti ho sognata
sacerdotessa di Sekhmet, divinità leontocefala,
lei è di porfido nudo
tu sei nuda.
Che offerta hai dato alla divinità selvaggia
che attraverso il tuo sguardo vede
un orizzonte eterno e spietato?
La tazza delle tue mani contiene
la segreta libagione, lacrime
o il tuo sangue mestruale, la saliva.
In ogni caso non era seme
e nel sogno sapevo
che l’offerta sarebbe stata rifiutata
con un lento ruggito sdegnato
come sapevi da sempre.
E poi, non so più nulla,
graffi sul tuo seno, ti riempiono.
 
Julio Cortazar
“So che sarai buona con queste poesie, il cui unico crimine è averle scritte; non avrei potuto fare altro, te le devo, come ti devo molte cose. So che le perdonerai, so che le leggerai con il tuo mezzo sorriso pieno di tenerezza e comprensione, perché sai leggere oltre le parole, lì dove si incontra la verità di un testo”,

Poesie dedicate da Cortazar a Cristina Peri Rossi

martedì 15 ottobre 2019

Stasera vorrei essere Tiresia - Altre cinque poesie per Chris - IV

Julio Cortazar

ti aprirai nel pianto,
impalata dolcemente.
Per tornare ancora
al tuo imperioso regno di falangi,
al recinto della tua pelle, ai tuoi polpi umidi,
fino a quando non strisciamo abbracciati nelle
sabbie del sogno.

Altre cinque poesie per Chris - IV
 
IV
 
Stasera vorrei essere Tiresia
e in una lenta attesa a testa in giù
riceverti e soffrire sotto le fruste
le tue calde meduse.
So che è tempo
di metamorfosi ricorrenti,
e che quando ci si getta nel vortice spumoso
ti aprirai nel pianto,
impalata dolcemente.
Per tornare ancora
al tuo imperioso regno di falangi,
al recinto della tua pelle, ai tuoi polpi umidi,
fino a quando non strisciamo abbracciati nelle
sabbie del sogno.
Ma io non sono Tiresia
sono solo un unicorno
che prende acqua dalle tue mani
e trova soltanto
una manciata di sale.
 
Julio Cortazar
“So che sarai buona con queste poesie, il cui unico crimine è averle scritte; non avrei potuto fare altro, te le devo, come ti devo molte cose. So che le perdonerai, so che le leggerai con il tuo mezzo sorriso pieno di tenerezza e comprensione, perché sai leggere oltre le parole, lì dove si incontra la verità di un testo”,

Poesie dedicate da Cortazar a Cristina Peri Rossi

Tiresia era un celebre indovino tebano. Alcune versioni del mito narrano di come diventò cieco per aver visto Atena nuda, mentre si bagnava nella fonte Ippocrene.

lunedì 14 ottobre 2019

Non saprò perché la tua lingua mi è entrata in bocca - Altre cinque poesie per Chris - III

Julio Cortazar

Chissà chi hai baciato,
chi hai salutato.
Sono stato il felice vicario di un istante,

Altre cinque poesie per Chris - III
 
III
 
Non saprò perché la tua lingua mi è entrata in bocca
quando ci siamo salutati in albergo
dopo un giro amichevole in città
una precisa geometria della distanza.
Ho creduto per un momento che tu recassi
una cifra futura,
spalancando una terra di nessuno, un interregno
dove raggiungere il tuo esatto muschio.
Circondata di amici mi hai baciato,
io, l’eccezione, il mostro,
e tu la trasgressiva che mormora.
Chissà chi hai baciato,
chi hai salutato.
Sono stato il felice vicario di un istante,
quello che volte scopre nella saliva
un gusto fugace di caprifoglio
sotto il cielo australe
 
Julio Cortazar
“So che sarai buona con queste poesie, il cui unico crimine è averle scritte; non avrei potuto fare altro, te le devo, come ti devo molte cose. So che le perdonerai, so che le leggerai con il tuo mezzo sorriso pieno di tenerezza e comprensione, perché sai leggere oltre le parole, lì dove si incontra la verità di un testo”,

Poesie dedicate da Cortazar a Cristina Peri Rossi

sabato 12 ottobre 2019

Non ti annoierò più con le poesie - Non ti annoierò più con le poesie.

Julio Cortazar

e forse tu non hai mai
sorriso.

Altre cinque poesie per Chris - V
 
V
 
Non ti annoierò più con le poesie.
Diciamo che ti ho detto
nuvole, forbici, aquiloni, matite,
e forse tu non hai mai
sorriso.
 
Julio Cortazar
“So che sarai buona con queste poesie, il cui unico crimine è averle scritte; non avrei potuto fare altro, te le devo, come ti devo molte cose. So che le perdonerai, so che le leggerai con il tuo mezzo sorriso pieno di tenerezza e comprensione, perché sai leggere oltre le parole, lì dove si incontra la verità di un testo”,

Poesie dedicate da Cortazar a Cristina Peri Rossi

Ora scrivo uccelli - Altre cinque poesie per Chris - I

Julio Cortazar

A volte
sono quell’albero
a volte
l’amore.

Altre cinque poesie per Chris - I
 
I
 
Ora scrivo uccelli.
Non li vedo arrivare, non li scelgo,
di colpo eccoli lì, sono questo,
uno stormo di parole,
scendono
una
ad
una
sui fili della pagina,
pigolano, beccano, grandine di ali
e io non ho pane per loro, soltanto
li lascio venire. A volte
sono quell’albero
a volte
l’amore.
 
Julio Cortazar
“So che sarai buona con queste poesie, il cui unico crimine è averle scritte; non avrei potuto fare altro, te le devo, come ti devo molte cose. So che le perdonerai, so che le leggerai con il tuo mezzo sorriso pieno di tenerezza e comprensione, perché sai leggere oltre le parole, lì dove si incontra la verità di un testo”,

Poesie dedicate da Cortazar a Cristina Peri Rossi

giovedì 27 dicembre 2018

Qui Alessandra (dedicata ad Alejandra Pizarnik)

Julio Cortazar


Non te ne andare, assente, non te ne andare,

Qui Alessandra
 
Bestiolina qui,
qui contro questo,
incollata alle parole
ti reclamo.
È gia notte, vieni,
non c’è nessuno in casa
a meno che non già siano tutte
come te, come vedi,
mediatrici intermediarie,
piove in rue de l’Eperon
e Janis Joplin.
Alessandra, mio animaletto,
vieni a queste righe, a questa carta di riso
dale abad a la zorra *
a questo feltro che gioca con la chioma.
 
(Amavi, queste cose semplici
abolisti i ninnoli d’inantità sonora
una cartoleria di gocattoli
l’astuccio di matite
i quaderni a righe)
 
Vieni, resta qui.
bevi questo sorso,
ti bagnerai nella rue Dauphin,
non c’è nessuno nei caffè strapieni,
non ti mento, non c’è nessuno.
Lo so, è difficile,
è così difficile trovarsi
questo bicchiere è difficile,
questo fiammifero.
e non ti piace vedrmi in ciò che è mio,
nei miei vestiti nei miei libri
e non ti piace questo debole
per Gerry Mulligan,
vorresti insultarmi senza che faccia male
dire in che modo sei vivo, come
si può stare quando non c’è niente
più che la nebbia delle sigarette,
come vivi, in che modo
apri gli occhi ogni giorno
Non può essere, dimmi, non può essere.
 
Bestiolina, d’accordo,
certo che lo so ma è così, Alessandra,
accoccolati qui, bebè, con me,
guarda, le ho chiamate
verranno di certo le mediatrici,
il party per te, l’intera festa,
Erszebet,
Karen Blixen
stanno già cadendo, sanno
che è la nostra notte, con i capelli bagnati
salgono i quattro piani, e le vecchie
dell’appartamento le spiano Leonora Carrington, guardale,
Unica Zorn con un pipistrello
Clarice Lispector, acqua viva,
bollicine che scivolano nude
strofinandosi alla luce, Remedios Varo
con una clessidra in cui agita un laser
e la ragazza uruguaiana che fu buona con te
senza che mai sapessi
il suo vero nome,
quale riunione (!), che umida scacchiera (!),
che maison close di ragnatele (!), di Thelonious,
che lunga belleza può essere la notte
con te e Joni Mitchell
con te e con Hélène Martin
con le mediatrici
animula il tabacco
vagula Anaïs Nin
blandula vodka tonic **
 
Non te ne andare, assente, non te ne andare,
giocheremo, vedrai, già vedrai, già stanno arrivando
con Ezra Pound e la marihuana
con le buste di zuppa e un pesce
che sopranuoterà dimenticato, questo è certo,
in una bacinella con spugne
tra supposte e telegrammi che mai ricevettero risposta.
Olga è un albero di fumo, come fuma (!)
quella bruna ferita di oceanodroma,         (è un uccello marino)
e Natalia Ginzburg, che scomponga
il mazzo di gladioli che non portò.
Veni, animaluccio,? Così. Così bene e già. Lo scotch,
Max Roache, Silvina Ocampo,
qualcuno in cucina prepara il caffè
il suo serpente contando
due zolle un bacio
Leo erré
Non pensare più alle finestre
al dietro al fuori
Piove in Rangoon –
E chè.
Qui i giochi. Il mormorio
(Consonanti di uccello
vocali di eliotropio)
Qui, bestiolina. Quieta. Non ci sono finestre né fuori
e non piove in Rangoon. Qui i giochi.
 
J. Cortázar
traduzione Dimma Molinari
 
* questa frase è intraducibile, si tratta di una frase palindroma (cioè di quelle che si possono leggere indifferentemente da sinistra a destra e da destra a sinistra) che di solito si impara a scuola, a volte una specie di scioglilingua da bambini. La frase per intero è “dábale arroz a la zorra el abad”
 
** Animula vagula blandula è una brevissima poesia con cui Publio Elio Traiano Adriano si prepara a congedarsi dalla sua anima e si rivolge ad essa salutandola, quasi come fosse sulla soglia che separa la vita dalla morte e si apprestasse a separarsi da una cara compagna.
 
Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula, Nec, ut soles, dabis iocos…
Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti
 
Questa poesia è citata da Marguerite Yourcenar in apertura a “Memorie di Adriano”

Alejandra Pizarnik,
“La morte sempre al fianco./Ascolto il suo dire./Odo me sola.

So poco della notte
ma la notte sembra sapere di me,
e in più, mi cura come se mi amasse,
mi copre la coscienza con le sue stelle.
 
Forse la notte è la vita e il sole la morte.
 
Forse la notte è niente
e le congetture sopra di lei niente
e gli esseri che la vivono niente.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.
 
Ma la notte deve conoscere la miseria
che beve dal nostro sangue e dalle nostre idee.
Deve scaraventare odio sui nostri sguardi
sapendoli pieni di interessi, di non incontri.
 
Ma accade che ascolto la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.
 
Un giorno torneremo a essere.
 
Alejandra Pizarnick è stata una grande poetessa argentina e una amica intima di Julio Cortázar. Si scrissero numerose lettere, che esprimevano un grande valore emotivo poiché Julio cercò di aiutare Alejandra a uscire dalla depressione che per lunghi periodi la tenne in scacco. Alejandra era una persona insicura, con scarsissima autostima, soprattutto legata al suo aspetto fisico (quel corpo odiato quando era un’adolescente bruttina, balbuziente e asmatica, e poi “lavorato” fino a farlo diventare quello di una pallida, stravagante bohémienne)* , e Julio, con amore e intimità, le era vicino anche con la parola scritta.
 
Alejandra era figlia di immigrati russi ebrei che erano fuggiti dall’Europa per stabilirsi in Argentina, dove lei nacque poco dopo, nel 1936, a Buenos Aires. Fu una divoratrice di letture; si laureò in Lettere e filosofia e nel 1960 si trasferì a Parigi, dove rimase per circa quattro anni, collaborando con la rivista letteraria Cuadernos e con varie case editrici, soprattutto come traduttrice (tradusse tra gli altri Antonin Artaud). In quello stesso periodo si iscrisse alla Sorbona, al corso di storia delle religioni.
 
Tornata a Buenos Aires, si concentrò sulla sua produzione poetica; in questi anni scrisse “I lavori e le notti“, “Estrazione della pietra della pazzia” e “L’inferno musicale“, connotata dalla fusione tra prosa e poesia, spezzata in brevi frammenti . Nel 1969 scrisse un testo in prosa, “La contessa sanguinaria“, una nouvelle gotica.
 
Chi illumina
 
Quando mi guardi i miei occhi sono chiavi, il muro ha segreti, il mio timore parole, poesie. Solo tu fai della mia memoria una viaggiatrice affascinata, un fuoco incessante.
“Versi tanto brevi e scarni quanto immediati, materici, visionari. L’inquietudine di Alejandra rianima gli spiriti dei suoi maestri letterari – in particolare Nerval, Artaud e Blake – alimentando le braci verbali con gli aneliti del proprio annaspare. La sua vita è tutta un tentativo di crearsi un’identità attraverso le parole, di essere sorretta e protetta da un linguaggio che accolga quel malessere senza voce (o con troppe voci) che sgorga informe da tutti i suoi gangli. Un tentativo di “estrarre la pietra della follia. Non la pietra dalla follia”.
 
Ma se da una parte il linguaggio è una forma di salvezza, dall’altra è l’incarnazione dell’impossibilità di dire (di dirsi).” Francesca Ruina, su Doppiozero
 
Alejandra a Buenos Aires si sentiva estranea perché non vi erano radici, e non sentiva del tutto sua nemmeno la cultura di quel paese, si sentiva più vicino agli autori francesi – in particolare dai surrealisti -, a Kafka.
 
“Alla poesia, i Diari e le lettere fanno da controcanto, svelando dolori, difficoltà, passioni quasi ossessive (come quella, ultima, per l’anziana Silvina Ocampo), e confermando il desiderio per il corpo femminile, il rapporto difficile con la famiglia e con la madre, gli eccessi, le lunghissime insonnie, le amicizie fedeli (Cortázar, Olga Orozco, la Molloy, lo psicanalista Léon Ostrov), le molte maschere, prima fra tutte quella di bambina orfana della propria infanzia, che Pizarnik non poteva fare a meno di indossare. Ma in primo luogo ci mostrano un retrobottega letterario complesso e quanto mai interessante, cui farebbe da perfetta epigrafe la risposta data da Alejandra durante un’intervista del 1972: “Anche se essere donna non mi impedisce di scrivere, credo che valga la pena di partire da una lucidità esasperata. Per cui affermo che essere nata donna è una sfortuna, come lo è essere ebreo, essere negro, essere poeta, essere argentino, ecc. È chiaro che la cosa importante è quel che facciamo delle nostre sfortune”.
 
(…)
 
Dopo diversi ricoveri in cliniche psichiatriche, grazie a un breve “licenza” concessa dai medici tornò nella sua casa di Buenos Aires, piena di bambole e fantocci smembrati, di animaletti in legno e metallo, di mobili insolitamente piccoli e di carte, carte dappertutto: ritratti di scrittori defunti, labirintici disegnini, quaderni, fogli, libri. “Un cosmo magnetico di oggetti” – così lo definì Antonio Requeni – all’interno del quale Alejandra venne trovata morta il 22 settembre del 1972: cinquanta pastiglie di seconal avevano definitivamente cancellato l’insonnia che la tormentava sin dall’adolescenza, contribuendo a farne una creatura notturna, sempre più estranea alla luce del giorno (per lei le quattro del mattino, scrisse qualcuno, “erano l’ora della merenda”).
 
Anche se c’è chi vuole credere a un’overdose involontaria, non sono in molti a dubitare che la Pizarnik abbia portato a termine un suicidio a lungo evocato, suggellando così il proprio mito futuro e dando l’ultima pennellata a quell’immagine “maledetta” che lei stessa aveva contribuito a disegnare.”
 
Francesca Lazzarato, su “Il manifesto”;

giovedì 29 novembre 2018

Guadagni e perdite

Julio Cortazar

Niente mi manca, neppure tu
mi manchi. Sento un buco, però è facile
un tamburo: pelle ai due lati.

Guadagni e perdite
 
Riprendo a mentire con grazia,
mi chino rispettoso allo specchio
che riflette il mio collo e la cravatta.
Credo d’essere questo signore che esce
tutti i giorni alle nove.
Gli dei sono morti uno a uno in lunghe file
di carta e cartone.
Niente mi manca, neppure tu
mi manchi. Sento un buco, però è facile
un tamburo: pelle ai due lati.
A volte torni la sera, quando leggo
cose che tranquillizzano: bollettini,
il dollaro e la sterlina, i dibattiti
delle Nazioni Unite. Mi sembra
che la tua mano mi pettini. Non sento la tua mancanza!
Solo cose minute all’improvviso mi mancano
e vorrei ricercarle: la contentezza
e il sorriso, questo animaletto furtivo
che ormai non vive più fra le mie labbra.
****
Ganancias y pérdidas
 
Vuelvo a mentir con gracia,
me inclino respetuoso ante el espejo
que refleja mi cuello y mi corbata.
Creo que soy ese señor que sale
todos los días a las nueve.
Los dioses están muertos uno a uno en largas filas
de papel y cartón.
No extraño nada, ni siquiera a ti
te extraño. Siento un hueco, pero es fácil
un tambor: piel a los dos lados.
A veces vuelves en la tarde, cuando leo
cosas que tranquilizan: boletines,
el dólar y la libra, los debates
de Naciones Unidas. Me parece
que tu mano me peina. ¡No te extraño!
Sólo cosas menudas de repente me faltan
y quisiera buscarlas: el contento,
y la sonrisa, ese animalito furtivo
que ya no vive entre mis labios.

Julio Cortazar
(Traduzione di Gianni Toti)
da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451, 1995

mercoledì 28 novembre 2018

IL BRAVO BAMBINO

Julio Cortazar

Guarda che misero amante, incapace di gettarsi in una fonte
per portarti un pesciolino rosso
tra lo sdegno di gendarmi e badanti.

IL BRAVO BAMBINO
 
Non saprò sfilarmi le scarpe e lasciare che la città
morda i miei piedi,
non mi ubriacherò sotto i ponti, non avrò cadute
di stile.
Accetto questo destino di camicie stirate,
arrivo puntuale ai cinema, lascio il mio posto alle signore.
Il grande sconvolgimento dei sensi non mi va, scelgo
il dentrificio e le tovagliette. Mi vaccino.
Guarda che misero amante, incapace di gettarsi in una fonte
per portarti un pesciolino rosso
tra lo sdegno di gendarmi e badanti.

***
EL NIÑO BUENO
 
No sabré desatarme los zapatos y dejar que la ciudad
(me muerda los pies,
no me emborracharé bajo los puentes, no cometeré faltas
( de estilo.
Acepto este destino de camisas planchadas,
llego a tiempo a los cines, cedo mi asinto a las señoras.
El largo desarreglo de los sentidos me va mal, opto
por el dentífrico y las toallas. Me vacuno.
Mira qué pobre amante, incapaz de meterse en una fuente
para traerte un pescadito rojo
bajo la rabia de gendarmes y niñeras.

Julio Cortazar


lunedì 26 novembre 2018

UNA LETTERA D’AMORE

Julio Cortazar

Tutto quello che vorrei da te
è così poco in fondo
perché in fondo è tutto

UNA LETTERA D’AMORE
 
Tutto quello che vorrei da te
è così poco in fondo
perché in fondo è tutto
 
come un cane che viene, una collina,
quelle cose da niente, giornaliere,
spiga e capelli e zolle,
l’odore del tuo corpo,
ciò che pensi su qualsiasi cosa,
con me o contro di me,
 
tutto questo è così poco
io lo voglio da te perché ti amo.
 
Che tu veda al di là di me,
che tu mi possa amare con la violenza inutile
del domani, che il grido
della tua consegna si schianti
sul volto di un capo reparto,
 
e che il piacere che insieme inventiamo
sia un altro segno della libertà.
****
UNA CARTA DE AMOR
 
Todo lo que de vos quisiera
es tan poco en el fondo
porque en el fondo es todo
 
como un perro que pasa, una colina,
esas cosas de nada, cotidianas,
espiga y cabellera y dos terrones,
el olor de tu cuerpo,
lo que decís de cualquier cosa,
conmigo o contra mía,
 
todo eso es tan poco
yo lo quiero de vos porque te quiero.
 
Que mires más allá de mí,
que me ames con violenta prescindencia
del mañana, que el grito
de tu entrega se estrelle
en la cara de un jefe de oficina,
 
y que el placer que juntos inventamos
sea otro signo de la libertad.

Julio Cortazar “Blues for Maggie”, in Carte inaspettate, Einaudi, Torino 2012)

domenica 25 novembre 2018

Del sentimento di non esserci del tutto - II

Julio Cortazar
Del sentimento di non esserci del tutto - II
 
Jamais réel et toujours vrai
(In un disegno di Antonin Artaud)

Questa sorta di costante ludica spiega, se non giustifica, buona parte di quello che ho scritto o ho vissuto. Ai miei romanzi si rimprovera una ricerca intellettuale sul romanzo stesso – quel gioco sul bordo del balcone, quel fiammifero accanto alla bottiglia di benzina, quella pistola carica sul comodino –, che sarebbe un po’ come un commento continuo dell’azione e spesso l’azione di un commento. Mi annoia argomentare a posteriori che nel corso di questa dialettica magica un uomo-bambino sta lottando per concludere il gioco della sua vita: un-due-tre-a-chi-tocca-tocca-a-te. Perché un gioco, a ben vedere, non è forse un processo che parte da una dislocazione per arrivare a una collocazione, a un piazzamento – goal, scacco matto, tana libera tutti? Non è il compimento di una cerimonia che si avvia alla fase finale che la corona?
 
L’uomo dei nostri tempi crede con facilità che la sua informazione filosofica e storica lo salvi dal realismo ingenuo. Durante conferenze universitarie e chiacchiere da bar arriva ad ammettere che la realtà non è quella che sembra, ed è sempre pronto a riconoscere che i suoi sensi lo ingannano e che la sua intelligenza gli produce una visione tollerabile ma incompleta del mondo. Ogni volta che pensa metafisicamente si sente «più triste e più saggio», ma la sua ammissione è momentanea ed eccezionale mentre il continuum della vita lo colloca in pieno nell’apparenza, la concretizza intorno a lui, la riveste di definizioni, funzioni e valori. Quest’uomo è un ingenuo realista più che un realista ingenuo. Basta osservare il suo comportamento di fronte a tutto ciò che è eccezionale, insolito; o lo riduce a un fenomeno estetico o poetico («era qualcosa di veramente surrealista, te lo giuro») o rinuncia subito ad analizzare l’intravisione che hanno potuto produrgli un sogno, un atto mancato, un’associazione verbale o causale fuori dal comune, una coincidenza sconvolgente, qualunque frattura istantanea del continuum. Se lo si interroga, dirà che non crede affatto nella realtà quotidiana e che la accetta soltanto pragmaticamente. E invece sì che ci crede, è l’unica cosa in cui crede. Il suo senso della vita è simile al meccanismo del suo sguardo. A volte ha un’effimera coscienza del fatto che ogni tot secondi le palpebre interrompono la visione che la sua coscienza ha deciso di ritenere permanente e continua; ma quasi subito il battito delle ciglia ridiventa inconscio, il libro o la mela si fissano nella loro ostinata apparenza. C’è come un accordo fra gentiluomini tra la circostanza e i circostanziati: tu non modifichi le mie abitudini, e io non ti stuzzicherò con un bastoncino. L’uomo-bambino però non è un gentiluomo ma un cronopio che non capisce bene il sistema di linee di fuga grazie alle quali si crea una prospettiva soddisfacente di quella circostanza, oppure, come succede nei collages mal fatti, si sente su una scala diversa rispetto a quella della circostanza, una formica che non entra in un palazzo o un numero quattro in cui non entrano che tre o cinque unità. A me questo accade in modo palpabile, a volte sono più grande del cavallo che monto, e certi giorni cado dentro una delle mie scarpe e prendo una botta terribile, senza contare la fatica per uscirne, le scale fabbricate nodo dopo nodo con i lacci e l’orribile scoperta, una volta arrivato al bordo, che qualcuno ha riposto la scarpa in un armadio e che sto peggio di Edmond Dantès nel castello d’If visto che negli armadi di casa mia non c’è neppure un abate a portata di mano.
[...]
traduzione di Eleonora Mogavero

     Julio Cortazar

Il giro del giorno in ottanta mondi     

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Un blues in forma di non lettera (for Maggie)

Julio Cortazar


non ti scrivo, d’improvviso guardo il cielo, quella
nuvola di passaggio
e forse tu nel tuo lungomare guarderai una nuvola
e quella è la mia lettera, qualcosa che scorre indecifrabile
e pioggia.

Un blues in forma di non lettera
 
Vedi
 
Niente è serio e degno di essere ascoltato,
ci siamo fatti giocando tutto il male necessario
 
vedi, non è una lettera, questa,
 
ci siamo dati quel miele della notte, il caffè,
il piacere prono, le sigarette torbide
quando nel soffitto rema la luce dell’alba,
 
vedi
io continuo a pensare a te,
 
non ti scrivo, d’improvviso guardo il cielo, quella
nuvola di passaggio
e forse tu nel tuo lungomare guarderai una nuvola
e quella è la mia lettera, qualcosa che scorre indecifrabile
e pioggia.
 
Ci siamo fatti giocando tutto il male necessario
il tempo deposita il resto, i piccoli orsi
dormono accanto a uno scoiattolo sfrondato.

***
Blues for Maggie

Ya ves
 
nada es serio ni digno de que se tome en cuenta,
nos hicimos jugando todo el mal necesario
 
ya ves, no es una carta esto,
 
nos dimos esa miel de la noche, los bares,
el placer boca abajo, los cigarrillos turbios
cuando en el cielo raso tiembla la luz del alba,
 
ya ves,
y yo sigo pesando en ti,
 
no te escribo, de pronto miro el cielo, esa nube que pasa
y tú quizás allá en tu malecón mirarás una nube
y eso es mi carta, algo que corre indescifrable y lluvia.
 
Nos hicimos jugando todo el mal necesario,
el tiempo pone el resto, los oseznos
duermen junto a una ardilla deshojada.

Julio Cortazar “Blues for Maggie”, in Carte inaspettate, Einaudi, Torino 2012)

sabato 24 novembre 2018

Del sentimento di non esserci del tutto - I

Julio Cortazar
Del sentimento di non esserci del tutto - I
 
Jamais réel et toujours vrai
(In un disegno di Antonin Artaud)

Per tante cose sarò sempre come un bambino, ma uno di quei bambini che fin dall’inizio portano dentro di sé l’adulto, in maniera che quando il mostriciattolo diventa adulto davvero succede che a sua volta questo porta dentro di sé il bambino, e nel mezzo del cammin si verifica una coesistenza raramente pacifica fra almeno due aperture sul mondo.
 
Tutto ciò può essere inteso in senso metaforico ma comunque è indice di un temperamento che non ha rinunciato alla visione puerile come prezzo della visione adulta, e questa giustapposizione che crea il poeta e forse il criminale, e anche il cronopio e l’umorista (questioni di dosaggi diversi, di tronche e di sdrucciole, di scelte: ora gioco, ora uccido) si manifesta nel sentimento di non esserci del tutto in nessuna delle strutture, delle tele che tesse la vita e in cui siamo al tempo stesso ragno e mosca.
 
Molti miei scritti vanno catalogati sotto il segno dell’eccentricità, visto che fra vivere e scrivere non ho mai ammesso una netta differenza; se, vivendo, riesco a dissimulare una partecipazione parziale alla mia circostanza, non posso invece negarla in quello che scrivo dato che scrivo proprio perché non ci sono o perché ci sono a metà. Scrivo per difetto, per dislocazione; e siccome scrivo da un interstizio, non faccio che invitare gli altri a cercare i propri e a guardare, attraverso questi, il giardino in cui gli alberi hanno frutti che ovviamente sono pietre preziose. Il mostriciattolo non demorde.
[...]
traduzione di Eleonora Mogavero

     Julio Cortazar

Il giro del giorno in ottanta mondi     

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Questa tenerezza

Julio Cortazar

Allora, nessuno vuole tutto questo,
nessuno?

Questa tenerezza
 
Questa tenerezza e queste mani libere,
A chi porle al vento?, Tanto disordine
Per l’ebbrezza e nel mezzo della chiamata
L’ansia di questa porta aperta per nessuno.
 
Abbiamo fatto un pane così bianco
Per bocche già morte che accettavano
Solo denti affilati, il tè
freddo della veglia mattutina.
Abbiamo suonato strumenti, per la cieca collera
Di ombre e di cappelli dimenticati. Ci siamo ritrovati
Con il tempo presente ordinato su di un inutile tavolo,
e fu necessario bere il sidro caldo
nella vergogna della mezzanotte.
Allora, nessuno vuole tutto questo,
nessuno?
 
ESTA TERNURA

Esta ternura y estas manos libres,
¿a quién darlas bajo el viento? Tanto arroz
para la zorra, y en medio del llamado
la ansiedad de esa puerta abierta para nadie.

Hicimos pan tan blanco
para bocas ya muertas que aceptaban
solamente una luna de colmillo, el té
frío de la vela al alba.
Tocamos instrumentos para la ciega cólera
de sombras y sombreros olvidados. Nos quedamos
con los presentes ordenados en una mesa inútil,
y fue preciso beber la sidra caliente
en la vergüenza de la medianoche.
Entonces, ¿nadie quiere esto,
nadie?


Julio Cortazar

lunedì 6 agosto 2018

la nostalgia

Buenas noches

Si può uccidere tutto meno la nostalgia, la portiamo nel colore degli occhi, in ogni amore, in tutto ciò che profondamente tormenta e libera e inganna.
 
Julio Cortazar
Rayuela

domenica 15 aprile 2018

ti ricordi?








lunedì 23 ottobre 2017

Non mi dar tregua, non perdonarmi mai

Julio Cortazar
Io ti chiedo la crudele cerimonia del taglio,
ciò che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questa faccia infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome.

Incarico
 
Non mi dar tregua, non perdonarmi mai.
Fustigami nel sangue, che ogni cosa crudele sia tu che ritorni.
Non mi lasciar dormire, non darmi pace!
Allora conquisterò il mio regno,
nascerò lentamente.
Non mi perdere come una musica facile, non essere carezza né guanto;
intagliami come una selce, disperami.
Conserva il tuo amore umano, il tuo sorriso, i tuoi capelli. Dalli pure.
Vieni da me con la tua collera secca, di fosforo e squame.
Grida. Vomitami arena nella bocca, rompimi le fauci.
Non mi importa ignorarti in pieno giorno,
sapere che tu giochi, faccia al sole e all’uomo.
Dividilo.
 
Io ti chiedo la crudele cerimonia del taglio,
ciò che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questa faccia infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome.

Julio Cortazar
trad. Gianni Toti

Encargo
 
No me des tregua, no me perdones nunca.
Hostígame en la sangre, que cada cosa cruel sea tú que vuelves.
¡No me dejes dormir, no me des paz!
Entonces ganaré mi reino,
naceré lentamente.
No me pierdas como una música fácil, no seas caricia ni guante;
tállame como un sílex, desespérame.
Guarda tu amor humano, tu sonrisa, tu pelo. Dálos.
Ven a mí con tu cólera seca de fósforo y escamas.
Grita. Vomítame arena en la boca, rómpeme las fauces.
No me importa ignorarte en pleno día,
saber que juegas cara al sol y al hombre.
Compártelo.
 
Yo te pido la cruel ceremonia del tajo,
lo que nadie te pide: las espinas
hasta el hueso. Arráncame esta cara infame,
oblígame a gritar al fin mi verdadero nombre.

domenica 17 settembre 2017

Tempo in cammino

Julio Cortazar
Tutto mi frega, però le cose cresceranno
come il sangue nei termometri,

Tempo in cammino
 
Per di più mi spiazza i centri,
mi rattrappisce l’albero spiovente dell’anima
questo calore senza fuoco, questa moneta senza danaro,
i ritratti appesi alle facce,
gli stivaletti vuoti che entrano nei tram.
Cose di cielo buttate negli angoli
non mi consolano più,
perché non si è felici col non essere disgraziati,
non si torna alla domenica dal martedì.
Domande e risposte,
cubana etichetta verde
oggi però ha suonato così bene la pianista
a beneficio dei figli degli annegati,
una donna vendeva frittelle in Plaza de Mayo;
osservi che dico un giorno buono.
Tenga a freno la sua cintura, cittadino,
voti perché le nuvole si alzino
e gli uccelletti cantino,
mediti il miele, che si accetta vomito,
il cane che il vomito divora,
il vomito che soffre d’essere stato minestra e vino
e lo guardi gettato supino.
Tutto mi frega, però le cose cresceranno
come il sangue nei termometri,
e perché farmi caso: altri aspettano
importanti, e qui ti voglio vedere:
Cittadini! Di che colore era il cavallo bianco di San Martín?

Julio Cortazar

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