martedì 4 dicembre 2018

Il mio intento d’incontrarti è fallito

Primoz Cucnik
Mi sono sbagliato.

Il mio intento d’incontrarti è fallito

 
Il mio intento d’incontrarti è fallito.
Giravo per luoghi dove ti avevo visto
una volta pensando a una ripetizione.
Mi sono sbagliato.
 
Tutte le eccezioni dovrebbero trovare
la loro conferma nei casi standard.
Mi voltavo per vederti,
c’erano tutti gli altri, tranne te.
 
Ma si trattava solo d’amore al primo
stadio. Il vento sollevandosi
agitava la biancheria stesa.
Nella capitale è iniziato il sabato.
 
Primoz Cucnik

lunedì 3 dicembre 2018

considerare le relazioni con le donne

Buenas noches

Certe volte mi sembra quasi che l'unico modo in cui un uomo può valutare la propria umanità, il proprio grado di civiltà, sia quello di considerare le sue relazioni con le donne o, per meglio dire, con i suoi partner sessuali presenti o futuri.


 
Nick Hornby,
Alta fedeltà,

Cuore





Cuore

Ho visto la tua mano strapparmi il cuore
Mi sono accorto che era marrone
E non quel rosso come lo disegnavi tu

Forse era meglio quando con le tue mani
Come se fosse un gatto
Allisciavi lo schermo del tuo telefono

Non ho più visto il meteo ieri
Non voglio uscire, ho dei pensieri
Da sopportare
Forse sono cambiato
Non ti porto più le rose
L’8 marzo le mimose
E un cinese mi ha detto
Che sono un glande

Io mi sento più un co***one onestamente
E l’altra sera poi non mi ricordo proprio niente
Sei tornata con me
Un’altra volta, una rivincita
Ma poi è tornato tutto come prima
Il cane abbaia, l’asino raglia

E diventa un posto brutto anche le Hawaii senza di noi

Ho visto la tua mano strapparmi il cuore
Mi sono accorto che era marrone
Cacao del Cucciolone, o forse ancor di più

Mi sento meglio, ora per rimpiazzarti
Mi chiudo dentro al bagno
Scegliendo un video adatto sul mio telefono

Anche se piove volentieri
Io voglio uscire, ho dei pensieri
Da sotterrare
Forse non è sbagliato

Clavdio





gli specchi trappole







Il mio amico Antoine Roquentin, per esempio, chiama gli specchi trappole. «Sul muro v’è un buco bianco, – dice, – lo specchio».
[...]
Roquentin si avvicina, la guarda e ne rimane intrappolato, non può piú andarsene. La cosa grigia, superfluo specificarlo ma specifichiamo, è il riflesso del suo volto. Un riflesso che Roquentin, in quelle giornate perdute tra la sua stanza d’albergo e le strade di Bouville, si ferma a contemplare, perché, spiega, non capisce nulla del suo volto:
 
«Quelli degli altri hanno un senso. Ma non il mio. Non posso nemmeno decidere se sia bello o brutto. Immagino sia brutto, poiché me l’hanno detto. Ma questo non mi tocca. In fondo son perfino urtato che si possano attribuirgli qualità di questo genere, come se si dicesse bello o brutto un pezzo di terra o un masso di roccia».
 
Tommaso Pincio



Papà

Sylvia Plath
Papà, ammazzarti avrei dovuto.
Ma sei morto prima che io
Ci riuscissi, tu greve marmo, sacco pieno di Dio,
Statua orrenda dal grigio alluce
Grosso come una foca di Frisco

Papà

 
Non servi, non servi più,
O nera scarpa, tu
In cui trent’anni ho vissuto
Come un piede, grama e bianca,
Trattenendo fiato e starnuto.
 
Papà, ammazzarti avrei dovuto.
Ma sei morto prima che io
Ci riuscissi, tu greve marmo, sacco pieno di Dio,
Statua orrenda dal grigio alluce
Grosso come una foca di Frisco
 
E un capo nell’Atlantico estroso
Al largo di Nauset laggiù
Dove da verde diventa blu.
Un tempo io pregavo per riaverti.
Ach, du.
 
In tedesco, in un paese
Di Polonia al suolo spianato
Da guerre, guerre, guerre.
Ma il paese ha un nome molto usato.
Un amico mio polacco
 
Mi dice che ce n’è un sacco.
Così non ho mai saputo
Dov’eri passato o cresciuto.
Mai parlarti ho potuto.
Mi s’incollava la lingua al palato.
 
Mi s’incollava a un filo spinato.
Ich, ich, ich, ich,
Non riuscivo a dir di più di così.
Per me ogni tedesco era te.
E quell’idioma osceno
 
Era un treno, un treno che
Ciuff-ciuff come un ebreo portava via me.
A Dachau, Auschwitz, Belsen.
Da ebrea mi mettevo a parlare,
E lo sono proprio, magari.
 
Le nevi del Tirolo, la birra chiara di Vienna
Non son molto pure o sincere.
Per la mia ava zingara e fortunosi sbocchi
E il mio mazzo di tarocchi e il mio mazzo di tarocchi
Qualcosa di ebreo potrei avere.
 
Ho avuto sempre terrore di te,
Con la tua Luftwaffe, il tuo gregregrè.
E il tuo baffo ben curato
E l’occhio ariano d’un bel blu.
Uomo-panzer, panzer, O tu –
 
Non un Dio ma svastica nera
Che nessun cielo ci trapela.
Ogni donna adora un fascista,
La scarpa in faccia, il brutale
Cuore di un bruto a te uguale
 
Tu stai alla lavagna, papà,
Nella foto che ho di te,
Biforcuto nel mento anziché
Nel piede, ma diavolo sempre,
Sempre uomo nero che
 
Con un morso il cuore mi fende.
Avevo dieci anni che seppellirono te.
A venti cercai di morire
E tornare, tornare a te.
Anche le ossa mi potevano servire.
 
Ma mi tirarono via dal sacco,
Mi rincollarono i pezzetti.
E il da farsi così io seppi.
Fabbricai un modello di te,
Uomo in nero dall’aria Meinkampf,
 
E con il gusto di torchiare.
E io che dicevo sì, sì.
Papà, eccomi al finale.
Tagliati i fili del nero telefono
Le voci più non ci possono miagolare.
 
Se ho ucciso un uomo, due ne ho uccisi –
Il vampiro che diceva essere te
E un anno il mio sangue bevé,
Anzi sette, se tu
Vuoi saperlo. Papà, puoi star giù.
 
Nel tuo cuore c’è un palo conficcato.
Mai i paesani ti hanno amato.
Ballano e pestano su di te.
Che eri tu l’hanno sempre capito.
Papà, carogna, ho finito.
 
Traduzione: Giovanni Giudici
[***]


Daddy
 
You do not do, you do not do
Any more, black shoe
In which I have lived like a foot
For thirty years, poor and white,
Barely daring to breathe or Achoo.

Daddy, I have had to kill you.
You died before I had time—
Marble-heavy, a bag full of God,
Ghastly statue with one gray toe
Big as a Frisco seal

And a head in the freakish Atlantic
Where it pours bean green over blue
In the waters off the beautiful Nauset.
I used to pray to recover you.
Ach, du.

In the German tongue, in the Polish town
Scraped flat by the roller
Of wars, wars, wars.
But the name of the town is common.
My Polack friend

Says there are a dozen or two.
So I never could tell where you
Put your foot, your root,
I never could talk to you.
The tongue stuck in my jaw.

It stuck in a barb wire snare.
Ich, ich, ich, ich,
I could hardly speak.
I thought every German was you.
And the language obscene

An engine, an engine,
Chuffing me off like a Jew.
A Jew to Dachau, Auschwitz, Belsen.
I began to talk like a Jew.
I think I may well be a Jew.

The snows of the Tyrol, the clear beer of Vienna
Are not very pure or true.
With my gypsy ancestress and my weird luck
And my Taroc pack and my Taroc pack
I may be a bit of a Jew.

I have always been sacred of you,
With your Luftwaffe, your gobbledygoo.
And your neat mustache
And your Aryan eye, bright blue.
Panzer-man, panzer-man, O You—-

Not God but a swastika
So black no sky could squeak through.
Every woman adores a Fascist,
The boot in the face, the brute
Brute heart of a brute like you.

You stand at the blackboard, daddy,
In the picture I have of you,
A cleft in your chin instead of your foot
But no less a devil for that, no not
Any less the black man who

Bit my pretty red heart in two.
I was ten when they buried you.
At twenty I tried to die
And get back, back, back to you.
I thought even the bones would do.

But they pulled me out of the sack,
And they stuck me together with glue.
And then I knew what to do.
I made a model of you,
A man in black with a Meinkampf look

And a love of the rack and the screw.
And I said I do, I do.
So daddy, I’m finally through.
The black telephone’s off at the root,
The voices just can’t worm through.

If I’ve killed one man, I’ve killed two—
The vampire who said he was you
And drank my blood for a year,
Seven years, if you want to know.
Daddy, you can lie back now.

There’s a stake in your fat black heart
And the villagers never liked you.
They are dancing and stamping on you.
They always knew it was you.
Daddy, daddy, you bastard, I’m through.

 
Sylvia Plath

domenica 2 dicembre 2018

se il tuo successore a letto è più bravo

Buenas noches

sapere che il tuo successore, a letto, è meglio di te è un pensiero assolutamente intollerabile, e non so come mai.


 
Nick Hornby,
Alta fedeltà,

top 5 canzoni lato A





Ci stiamo gingillando, in negozio, noi tre, ci prepariamo ad andare a casa e ironizziamo ognuno sulle cinque migliori «canzone 1 - lato A » di tutti i tempi scelte dagli altri (le mie: «Janie Jones », dei Clash, da The Clash; « Thunder Road », di Bruce Springsteen, da Born to run; « Smells like teen spirits », dei Nirvana, da Nevermind; « Let's get it on », di Marvin Gaye, da Let's get it on; «Return of the grievous angel», di Gram Parsons, da Grievous Angel.
Nick Hornby, Alta fedeltà,







Ariel

Sylvia Plath
La rugiada che vola
Suicida, in una con la spinta
Dentro il rosso

ARIEL

 
Stasi nel buio. Poi
L’insostanziale azzurro
Versarsi di vette e distanze.
 
Leonessa di Dio,
Come in una ci evolviamo,
Perno di calcagni e ginocchi! – La ruga
 
S’incide e si cancella, sorella
Al bruno arco
Del collo che non posso serrare,
 
Bacche
Occhiodimoro oscuri
Lanciano ami –
 
Boccate di un nero dolce sangue,
Ombre.
Qualcos’altro
 
Mi tira su nell’aria –
Cosce, capelli;
Dai miei calcagni si squama.
 
Bianca
Godiva, mi spoglio –
Morte mani, morte stringenza.
 
E adesso io
Spumeggio al grano, scintillìo di mari.
Il pianto del bambino
 
Nel muro si liquefà.
E io
Sono la freccia,
 
La rugiada che vola
Suicida, in una con la spinta
Dentro il rosso
 
Occhio, il cratere del mattino.
 
Traduzione: Giovanni Giudici
[***]


ARIEL

Stasis in darkness.
Then the substanceless blue
Pour of tor and distances.

God’s lioness,
How one we grow,
Pivot of heels and knees! – The furrow

Splits and passes, sister to
The brown arc
Of the neck I cannot catch,

Nigger-eye
Berries cast dark
Hooks –

Black sweet blood mouthfuls,
Shadows.
Something else

Hauls me through air –
Thighs, hair;
Flakes from my heels.

White
Godiva, I unpeel –
Dead hands, dead stringencies.

And now I
Foam to wheat, a glitter of seas.
The child’s cry

Melts in the wall.
And I
Am the arrow,

The dew that flies,
Suicidal, at one with the drive
Into the red

Eye, the cauldron of morning.

 
Sylvia Plath
link esterno L’orlo di Sylvia Plath

Sylvia Plath


allora cosa ci faccio nel suo letto?





Mi piace un sacco Marie, è spiritosa e vivace, è carina e piena di talento, però chi diavolo è?
Non lo dico in senso filosofico. Voglio semplicemente dire che non so niente di lei, allora cosa ci faccio nel suo letto? ...

...........Dopo un po' si alza anche Marie, e viene a sedermisi accanto.

« Stai chiedendoti cosa ci fai tu qui? »

«No. È solo che... »

«Perché, se può aiutarti saperlo, è quello che mi sto chiedendo io. »

« Credevo di averti svegliata. »

« Non mi ero ancora nemmeno addormentata. »

« Dunque ti sei interrogata più a lungo di me. Risolto niente? »

« Qualcosa. Ho capito che mi sentivo molto sola, per questo ho preso e sono andata a letto col primo che mi ha voluta. E ho capito che sono stata fortunata che fossi tu, e non qualche tipo gretto, o noioso, o matto. »

« Gretto, no, non lo sono. Ma comunque non penso che saresti potuta finire a letto con qualcuno così. »

« Non ne sono troppo sicura. Ho avuto una brutta settimana.»

« Cos'è successo? »

« Niente. Una brutta settimana dentro la mia testa, punto e basta. »

Prima che andassimo a letto insieme, c'era almeno una certa pretesa che si trattasse di qualcosa che entrambi desideravamo, il sano, forte inizio di una nuova, eccitante relazione. Adesso ogni pretesa di questo genere sembra scomparsa, e non ci resta che affrontare il fatto che stiamo seduti qui a parlare perché non conosciamo nessun altro con cui potremmo farlo.

Nick Hornby, Alta fedeltà,


Paul Eluard







INDICE POESIE DI pAUL eLUARD



Adesso manca il respiro

Edoardo Ferri
il sorriso è paesaggio
palpabile delle tue labbra;
mentre mi baci un alto cielo
si schiude dentro me

Adesso manca il respiro

 
Adesso manca il respiro
gli alberi assorbono il vento
il rosso dell’alba cuce
il pallido segno del giorno;
ora che sei qui
le montagne sono miniature
di nuvole cadenti
l’immenso mi accoglie
nel suo rifugio di sola luce
il sorriso è paesaggio
palpabile delle tue labbra;
mentre mi baci un alto cielo
si schiude dentro me
le tue mani tracciano
la chiara esattezza
di un’intera vita.
 
Edoardo Ferri

Il canto delle sirene link esterno

sabato 1 dicembre 2018

veniamo scaricati

Buenas noches

e so, a dispetto di tutta la tetraggine e l'insicurezza che ci sommergono quando veniamo scaricati, che per me non sei stata né l'ultima, né la migliore possibilità di avere una relazione


 
Nick Hornby,
Alta fedeltà,

Guillaume Apollinaire su wikiradio









Adesso mi hai capito? O devo essere più cruda?





Marie mi guarda. «Prima, quando ho detto che speravo che la serata non finisse qui, beh, sai... pensavo alla colazione domattina, non a un altro whisky e quattro chiacchiere. Vorrei che restassi qui, stanotte. »

« Oh », dico io, con voce flebile. « Oh. D'accordo. » « Gesù, quanta delicatezza! La prossima volta che chiedo a un uomo se vuole passare le notte con me, glielo chiederò al-l'americana. Credevo che voi inglesi foste maestri nell'arte dell'allusione, dei sottintesi e tutte quelle palle lì. »

« Siamo allusivi, ma quando lo sono gli altri non li capiamo.»

«Adesso mi hai capito? O devo essere più cruda? »

« No, ho capito. Solo, ho pensato che fosse meglio che le cose fossero chiare. »

Nick Hornby,
Alta fedeltà,


il nostro volto appare cosí diverso dall’immagine interiore che abbiamo di noi









Ci si vede brutti, ma non è questo che ci angustia. Nell’attimo in cui viene riflesso in uno specchio, il nostro volto appare cosí diverso dall’immagine interiore che abbiamo di noi, forse perfino dall’idea di volto in generale, che certe categorie perdono di significato.
 
Il senso di perturbante estraneità è meno inusitato di quanto si possa credere e può manifestarsi anche in assenza di specchi. Molti, anzi quasi tutti, lo provano sentendo la propria voce registrata. Oppure vedendosi in foto. In ognuno di questi casi, però, la sensazione giunge in differita.
 
Lo specchio invece ha questa peculiarità: l’attimo in cui una nostra copia viene prodotta e quello in cui ne prendiamo atto coincidono.
 
Tommaso Pincio



Porta via, porta via quelle labbra

Francis Beaumont e John Fletcher
Cela, oh cela quei colli di neve,
che sono i tuoi seni ghiacciati,

Porta via, porta via quelle labbra

 
Porta via, porta via quelle labbra
così dolcemente spergiure,
e quegli occhi, luci d’aurora
che ingannano anche il mattino;
ma rendimi, rendimi i baci,
suggelli d’amore sigillati invano.
 
Cela, oh cela quei colli di neve,
che sono i tuoi seni ghiacciati,
sulla cima dei quali le rose fiorite
sono di quelle che indossa aprile;
prima libera il mio povero cuore
da te stretto in catene di ghiaccio.
 
Francis Beaumont e John Fletcher
Poesie,
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

home