Javier Marias *** Così ha inizio il male
Non la vedevo in faccia, lei era seduta di spalle a me, io ero ancora in piedi e le vedevo i capelli dal di sopra, ignoravo la sua espressione, se avesse gli occhi aperti o chiusi, se fosse pienamente consapevole che ero io ad accarezzarla o se si figurasse le carezze e il tocco di qualcun altro, di chi altri se non del marito rimpianto.
La mia posizione ora assomigliava a quella di Van Vechten a Darmstadt, solo che io non la spingevo e nemmeno ero all’altezza giusta per farlo, tutto quello che potevo fare sarebbe stato premere il bacino contro la sua spalla, perché lo sentisse, ma non ebbi il coraggio di stabilire quel contatto troppo esplicito, mi trattenni, non era il momento, sebbene lei avesse guidato le mie mani sui suoi seni che non potevano esserne interamente contenuti. Quel giorno sí che l’avevo vista bene in faccia, dal mio osservatorio sull’albero, il suo volto incollato alla finestra, in realtà era la sola cosa che avessi visto da quando il dottore l’aveva fatta girare, prima avevo osservato per un pezzo la sua nuca con un certo allarme, quasi sbattuta contro i vetri.
Quindi la immaginai cosí mentre la toccavo – sembrava incredibile però la toccavo –, con gli occhi strizzati come quelli di un ritratto insolito o infrequente, la pelle piú tersa e ringiovanita, le labbra piú carnose o grosse, come se invadessero zone a loro estranee e piú soffici e sfumate, socchiuse e piú rosse, le ciglia piú lunghe o piú visibili; ma tutto questo era il risultato di un orgasmo o di una concatenazione di orgasmi o di un preorgasmo, e ora non poteva esservi nulla del genere.
Javier Marias *** Così ha inizio il male
Nessun commento:
Posta un commento
commenta questo post